Via le province? Finalmente! Ma il Ddl costituzionale approvato dal governo non risolve i problemi.

15 settembre 2011, @ 12:24PM

Il tema politico più rovente della calda estate oramai trascorsa ha riguardato senza ombra di dubbio il decreto legge n. 138 del 13 agosto 2011, alias la (tanto discussa) manovra finanziaria 2011, che il 23 agosto è approdata in Commissione Bilancio al Senato per l’avvio dell’iter parlamentare di conversione in legge.

Tante le questioni affrontate, tutte meritevoli di essere approfondite, ma sulle quali non sarà possibile soffermarsi in questa sede: basti pensare alle pensioni, ai tagli agli enti locali, all’imposta patrimoniale, al contributo di solidarietà, alle liberalizzazioni, al caro-politica…
Ma, oltre a tutto ciò, è stato toccato un problema, per la verità tutt’altro che nuovo, sul quale molto si è discusso negli ultimi anni (ma quasi sempre per mera propaganda politica) e, andando ancora più indietro nel tempo, in relazione al quale sono emerse posizioni contrastanti anche in Assemblea Costituente: si tratta dell’annosa disputa sull’abolizione delle Province.

In relazione a quest’ultimo tema, il testo originario della manovra individuava una soluzione tutt’altro che soddisfacente, prevedendo l’eliminazione delle sole Province aventi popolazione inferiore a 300.000 abitanti, o superficie minore di 3.000 chilometri quadrati. In pratica, se malauguratamente tale norma fosse stata confermata in sede di conversione, sarebbero state cancellate soltanto 29 Province (da Savona a Trieste, da Campobasso a Rieti), con un irrisorio risparmio in termini di costi, pari a 300 milioni di euro.
Di recente, invece, la vicenda ha subito una significativa evoluzione, quando l’8 settembre 2011 la maggioranza ha approvato il testo di un disegno di legge costituzionale per la soppressione delle Province e per la modifica del Titolo V della Costituzione.

In verità, si tratta di una proposta normativa alquanto deludente dal punto di vista della “depurazione” del sistema ordinamentale dagli enti superflui, dato che, come dispone l’art. 2 del ddl in oggetto, uno degli obiettivi della novella costituzionale è “istituire sull’intero territorio regionale forme associative fra i Comuni per l’esercizio delle funzioni di governo di area vasta nonché definirne gli organi, le funzioni e la legislazione elettorale”. Inoltre, come si stabilisce all’art. 3, le Unioni dei Comuni subentreranno alle Province per lo svolgimento delle funzioni già esercitate da queste ultime.

Tali previsioni risultano del tutto insoddisfacenti, oltre a essere di difficile decifrabilità. Quel che è certo è che, se il testo supererà l’ostacolo della revisione costituzionale, l’unico risultato sarà un’ulteriore disomogenea moltiplicazione degli enti pubblici, senza alcun significativo risparmio in termini di spesa e con il rischio di allontanare ulteriormente i cittadini dalla cosa pubblica.

Anziché istituire ulteriori enti, infatti, come auspicato anche dal Movimento Regione Salento si potrebbe aumentare a trenta il numero delle Regioni, che diventerebbero così territori ottimali e compatibili con le esigenze dell’autonomia finanziaria, nonché in grado di valorizzare al meglio le rispettive peculiarità turistiche, economiche e culturali…
Tale ricostruzione ordinamentale deve muovere proprio dall’abolizione delle 110 Province oggi presenti, numero che negli anni è costantemente aumentato. Basti pensare che, solo dagli anni ’90 ad oggi, sono state istituite ben 15 Province: nel 1992, Biella, Verbano Cusio Ossola, Lecco, Lodi, Rimini, Prato, Crotone e Vibo Valentia; nel 2005, Olbia Tempio, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia Iglesias; nel 2009, Barletta-Andria-Trani, Fermo e Monza-Brianza.

Soltanto eliminando gli inutili enti provinciali (e, principalmente, le strutture provinciali) si risparmierebbero ben 2 miliardi di euro, oltre a ulteriori 140 milioni di euro quale costo politico dei medesimi: sono queste le cifre che emergono dall’interessante studio pubblicato il 24 agosto 2011 da Andrea Giuricin, Professore a contratto presso l’Università di Milano-Bicocca e Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, dal titolo Province: non accorpare ma abolire.

Come sostiene l’Autore in modo pienamente condivisibile, “appare sempre più chiaro che più passa il tempo e più le Province esistono unicamente allo scopo di mantenere le proprie stesse strutture”.
Ciò è quanto mai vero e, andando indietro di 65 anni, rispecchia peraltro il pensiero di diversi Costituenti, che nel 1947 si opponevano fermamente (sia pure con scarsi risultati) all’istituzione delle Province. Si trattava, in particolare, degli onorevoli Lussu, De Vita e Persico. Specialmente il primo sottolineava da un lato il rischio che con le Province vi fosse una quadruplicazione dei livelli burocratici (Stato, Regioni, Province e Comuni) e, dall’altro, il pericolo che conservando la Provincia si venisse a sabotare l’istituenda Regione.

“La Provincia è niente”, egli diceva, trovando di lì a poco conforto nei rilievi di De Vita: “La Provincia, espressione dello Stato accentratore, è una creazione artificiale che non corrisponde né ai criteri geografici, né a esigenze umane… Credo che nessuno possa seriamente sostenere che la Provincia eserciti funzioni che non possano essere efficacemente esercitate o dal Comune o dalla Regione”.

Ecco, proprio sulla base delle suddette premesse, chi scrive si augura che questa sia davvero la volta buona per abolire dall’assetto istituzionale italiano gli inutili enti provinciali, che appesantiscono enormemente la macchina burocratica (svolgendo funzioni che potrebbero tranquillamente essere devolute alle Regioni) e i cui costi strutturali (ancor più di quelli politici) gravano pesantemente sulla spesa pubblica e, dunque, sulle tasche dei cittadini.
Ma, per raggiungere degli effettivi benefici dal punto di vista del risparmio sulla spesa pubblica, una volta abolite, le Province non dovranno essere sostituite da ulteriori enti, che si rivelerebbero altrettanto inutili e … costosi.

Alessandro Candido

*Avvocato, Assegnista di ricerca in diritto dell’economia presso l’Università degli Studi di Milano e Dottore di ricerca in diritto costituzionale presso l’Università Cattolica di Milano.

** Articolo in uscita sul periodico Il Salentino del 16.09.2011.

15/09/2011
di Alessandro Candido
Il Salentino

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