Ridisegnare l’Italia per rilanciare i territori

12 aprile 2014, @ 9:40AM

Dal Quotidiano del 12/04/2014

Costi quel che costi, ma l’Italia ha bisogno di una rivoluzione nelle sue infrastrutture istituzionali.
La strada è già segnata, occorre adesso forza di volontà e una strategia programmatica, ecco perché ci pare utile, se non addirittura indispensabile, riproporre un modello di alleggerimento amministrativo capace di dare fiato e speranza ai territori.
Innanzitutto partiamo dalle fondamenta, ovvero dalla riduzione delle micro realtà comunali che non hanno alcuna possibilità di incidere sullo sviluppo dei territori e che spesso, in virtù di una rappresentanza campanilistica, producono solo inutili costi alle tasche dei cittadini.

Partendo dall’accorpamento dei comuni al di sotto dei 5000 abitanti, si avrebbe un risparmio notevolissimo da monetizzare in servizi generali a servizio delle realtà municipali così più significative. Ma il punto centrale della grande riforma sarebbe il cambio di rotta verso un regionalismo di tipo federale e di stampo europeo che prevede 31/36 nuove regioni tutte uguali, di dimensioni ottimali, virtuose e prossime al cittadino, con l’opzione sacrosanta del Senato delle autonomie federali. La Camera alta così diventerebbe un motore di rappresentanza territoriale composto dai presidenti delle nuove regioni, chiaramente eletti dai cittadini, e da 4 senatori (sempre eletti) per ogni nuova regione. Una rappresentatività politica omogenea e capillare per il territorio e un numero ridotto di rappresentanti, comunque eletti dal popolo, al fine di evitare che le istituzioni italiane si trasformino in blocchi di garanzia per i partiti che nominano i loro adepti.

Si tratta del prospetto principale di una nuova architettura istituzionale sostenuta da una riforma unica, pensata per tutelare i cittadini e migliorare la qualità delle vita degli italiani, anche in ragione del loro rapporto con le istituzioni democratiche.
Se è vero che l’Europa ci giudica soprattutto per le riforme, allora bisogna fare in modo che la riforma sia organica e complessiva, non fatta di cento o mille tentativi di aggiustamento e adattamento dello status quo.
La riforma deve avere il carattere della novità assoluta e il potenziale per il cambiamento reale.
L’obiettivo centrale resta quello della riduzione dei costi della spesa pubblica e il benessere di tutti i cittadini non come previsto da ddl Delrio che con le città metropolitane condannerà molti all’inferno ed altri più fortunati in paradiso. La Pubblica Amministrazione deve scegliere su quali organismi puntare, perché la debolezza del Paese è dipesa in tutti questi anni proprio dalla frammentazione delle sue istituzioni. Centri di potere, di governo e sottogoverno, di Stato, sottostato e parastato che hanno solo prodotto privilegi ad alcuni e limitato la libertà di tutti.

Perché non c’è vera liberta in uno Stato che produce sprechi, perché non c’è bisogno di mille apparati che sono stati inventati ad arte per le fortune dei soliti noti.
Sulla spinta del rinnovamento e gli impulsi forniti dalla spending review, che non è un fatto esclusivamente italiano, si potrebbe pensare alla concentrazione su base neo-regionale ad esempio delle Camere di Commercio. Se le Province vengono eliminate o esautorate del loro potere di rappresentatività/territoriale, così potrebbe avvenire per molti altri organismi di chiaro stampo provinciale e immaginare invece una struttura unica, di raccordo operativo, più adatta alle necessità delle nuove regioni anche in questo caso di 110 strutture ne rimarrebbero 31/36. E’ chiaro che parliamo sempre di nuove regioni, perché a qualche folle visionario potrebbe venire in mente di ridurre anche le Camere di Commercio e mantenerne solo una, ovviamente quella di Bari, che con la Puglia lasciata intatta sarebbe solo l’’ennesima sciagura in più da aggiungersi alle tante che già ci vedono penalizzati ed estromessi, al momento, dai centri decisionali.

Tutte quelle organizzazioni, quei carrozzoni maldestri e pachidermici, immaginati per assecondare le mire espansionistiche di soggetti politici che non hanno soddisfatto per intero le loro ambizioni con gli strumenti democratici, dovrebbero naturalmente sparire. “Pochi enti ma buoni” deve diventare il concetto portante dell’Italia 2.0. Un’Italia in grado di correre alla pari fra Sud e Nord, senza distanze e meccanismi perversi.
Piace l’idea, lo sappiamo, perché tutti ripetono queste cose, anche se a volte in maniera disarticolata, ed è per questo motivo che oggi non è più dato a nessuno di scherzare e di giocare a carte con la vita dei cittadini.
Sarebbe bello che queste elezioni europee aprissero la strada ad un’Italia diversa, magari in grado di dare il buon esempio, e diventare un giorno maestra e guida, dopo anni e anni di afflizioni subite e di sottolineature in rosso per scarso profitto e cattiva condotta.

12/04/2014
Paolo Pagliaro
Presidente Movimento Regione Salento

Vice Presidente Nazionale MIR Italia
Coordinatore Regionale MIR Puglia

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