Il Salento ha il merito di farmi sentire ‘a casa’ nel resto del sud

1 luglio 2010, @ 3:05PM

Caro Paolo, mi sento dal ‘cuore amico’ con te, a tal punto da sentirmi libero di partire proprio dalle tue parole, in riferimento al “giusto puntare sulla Regione del Salento” ( “Quotidiano di Puglia”, 21 giugno 2010), per condurle, però, lungo un altro cammino di discorso. Portarmele verso un’altra meta di ragionamento. Se si vuole riflettere sulle cose, non bisogna essere solamente d’accordo: è meglio, invece, mettere in dinamica i ragionamenti.

Si fa più strada insieme, se si ragiona dialogicamente: con la speranza che altri partecipino alla discussione. Una ricchezza in tempi ‘monologici’ come i nostri, in cui si tende sempre più ad avere ragione, più che a comporre le tante ragioni con cui far emergere l’indisposizione della realtà a farsi restringere dalle nostre singole vedute. Affermi, con la tua ben conosciuta ampiezza di sguardo, che “la ‘salentinità’ è un sentimento, una condizione psicologica, un privilegiato rapporto d’amore” e che “salentina è la musica, la moda, la località turistica presa d’assalto, l’industria del vino, i tamburelli della Notte della Taranta, sbarcati anche in Cina. E’ salentino il barocco, sono salentini i Negramaro, i Sud Sound System, ed Al Bano …”.

Ebbene, caro Paolo, ti confesso che più amo il Salento (anche per i suoi poeti, di prima e di ora, per i suoi giovani, per gli studenti, per gli amici, per la gente semplice che incontro ogni giorno) e più, come accade per ogni sentimento d’amore, che irradia l’animo più che confinarlo, mi sento di non restringerlo nei contorni o limiti della salentinità. Insomma, il Salento ha il merito di farmi sentire ‘a casa’ nel resto del Sud, dove ritrovo la natura vissuta nello stesso modo contadino, dove ritrovo anche tanto barocco e tanta arte in comune, fino a comprendere il grande Sud Mediterraneo, unito dallo steso ritmo dionisiaco del tamburo, della danza, del vino, della luce. Per tutta questa ricerca di somiglianze che scopro e riconosco, non penso al Salento come regione, bensì come limite del pensare regionale in nome di una internazione areale mediterranea, di cui il Salento, per sua vocazione culturale e geografica, dovrebbe farsi nucleo operativo e cuore pulsante. Del resto, la storia di questi anni ha già segnato il futuro della nostra storia: l’accoglienza di profughi ed extracomunitari deve farci maturare una sensibilità aperta verso una politica-cultura delle relazioni areali, grazie alle quali l’ospitalità è impulso iniziale verso una ‘terra grande’ a sud di nessun nord, nell’inter-sud dove comunità di memoria e di ritmi, di ciò che rimane e di ciò che rigenera verso ciò che unisce, può costituire il nostro comune futuro del passato, capace di aprire il passato ad un altro futuro. La questione, caro Paolo, non è di spartirci i soldi pubblici secondo una logica non più ‘baricentrica’, a cui contrapporne un’altra leccese-salentina: distribuire ricchezza donata da un alto ‘statale’, che sta diventando sempre più distratto e povero, non basta per darci futuro. Ci fa solo gestire un presente senza futuro, legato a vecchi usi e consumi di mentalità accentratrice e dispotica, assistenziale e clientelare, non più idonea a costruire comunità e progetto.

La Regione Salento che sogno è una ‘ragione salentina’ che promuova distensione di vedute, entro cui rivedere la stessa logica dell’interesse, non limitata all’essere per uno, in competizione con l’altro vicino, distinto con la logica lontana del confinante. Più che tendere al nostro salentino interesse, dovremmo tendere al nostro regionale ed areale interessere (o inter-essere), per essere insieme vasi integranti del comunicare secondo un interessere inclusivo di potenzialità aperte al possibile da fare, fino all’impossibile che non si possa fare. In questa visione intercomunicante di province provvide a superare la logica del sentirsi provinciali o di regione che scopra la ragione del sentimento dell’affaccio areale, dobbiamo insieme riscoprire che la diversità è percorso da comporre omogeneamente, che lo sviluppo è non regredire a logiche di parte, che il Salento ha bisogno di non sentirsi salentino, non disperdendo così la sua vocazione nell’ essere pianura aperta, non delimitata da nessuna catena di alture, non impedita da nessuna catena di montagne.

Il fatto per me entusiasmante è che scoprire la pianura come lezione dei luoghi nel farsi ragione di attraversamento per mentalità ‘ragionali’, più che ‘regionali’, non significa inventare un nuovo su cui dividersi, ma riscoprire un antico da condividere: un esempio? Se riscopriamo lo sfondo antropologico delle nostre feste popolari, oltre la visione delle luminarie ed oltre l’abitudine della ritualità, entro cui il sacro diventa incenso da disperdere e non chiarore da accenderci nel farci significare, vediamo che i nostri santi, chiusi nel nostro appaesamento nostalgico e iperfamiliare, sono in realtà personaggi che vengono da lontano, dall’Est e dal Mediterraneo: pensiamo, per fare qualche nome, a S. Nicola, a S. Niccolò, S. Niceta, S. Foca, S. Antonio Abate. Nei loro confronti si ‘brucia’ l’occasione di riprenderci la nostra vocazione di sempre. Fondare la nostra tradizione più intima su una mentalità che non sacralizza il proprio appaesamento, ma fa appaesare i nostri luoghi dalle ragioni del venire da fuori, per andare più dentro di noi non delimitandoci. Ecco, in conclusione, il punto finale della mia risposta alle tue parole, alle quali rispondo con rispetto, caro Paolo: temo che la regione Salento tradisca la nostra vocazione all’aperto ed all’apertura dell’essere gente dal ‘cuore amico’, che si mobilita per soccorrere le malattie della storia, centrate sull’interesse e non sull’interessere.

E se le Università e gli uomini di Cultura; e se i mezzi di comunicazione e le politiche progettanti, lavorassero insieme, per costruire la logica della rete, in cui essere area e condivisione, sì da moltiplicare le possibilità, senza irretirci nella logica di chi vuole amministrarsi per dividere per sé le ristrettezze? Salentinità per me significa essere in sintonia con una terra bagnata da un mare, che nel mentre si chiama con un nome, porta già dentro le proprie acque le onde di un altro nome marino. Adriatico e Ionio sono mari d’affaccio e di contatto, che preferiscono assomigliare nientemeno a laghi, pur di farsi condividere da gente che può guardare i confini dell’altro come proprio orizzonte. Di contiguità, di continuità. Basta ragionare di più, ‘regionando’ di meno.

01/07/2010
di Carlo Alberto Augieri

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