Il futuro dell’Italia: democrazia e Regione Salento

4 ottobre 2010, @ 11:40AM

I maggiori politologi italiani analizzano, sempre più allarmati, la tragicommedia della politica italiana, i fallimenti della sinistra e della destra, le doglianze dei cittadini sempre più poveri e sempre più distanti dai luoghi in cui si amministra la cosa pubblica. Gli studiosi s’interrogano sul che fare, poiché mancano i progetti, prevale solo la personalizzazione esasperata delle forze politiche, che assumono come proprio logo il nome e cognome del capo, o che affidano la soluzione dei gravi problemi nazionali e locali alle capacità affabulatorie (e ingannatrici) del leader di turno.

La lotta per la conquista del potere si riassume nella formula «amico/nemico», o con me o contro di me, perciò è senza esclusione di colpi. L’avversario non è più ascoltato per quel che di buono può dare, ma dev’essere abbattuto, e basta. Quindi non ha più senso parlare di dialogo, di tolleranza, di accordi tra «diversi» in nome del bene generale. Quel che conta è eliminare il concorrente, in tutti i modi, senza esclusione di colpi. È una lotta come tra Leviatani, mostri politici che ingoiano tutto, in un contesto in cui ogni uomo si pone come un lupo di fronte all’altro uomo. La politica è ridotta a lotta tra poteri forti (istituzioni, economia, magistratura, faccendieri vari).

Le legislature o le consiliature sono avventure durante le quali i vari deputati o consiglieri si esercitano nella continua messa a punto di imboscate in danno di chi è ritenuto avversario all’ interno o all’ esterno del partito di appartenenza; non sono luoghi di lavoro, di elaborazione di programmi per l’interesse generale della cittadinanza. Nell’ attuale bipolarismo italiano, nella lotta tra i due macro-caotici-raggruppamenti, il centro-destra e/o il centro-sinistra (che spesso autoaffondano nell’accozzaglia dei propri errori), ciascuno vince per demerito dell’altro, non per meriti intrinseci superiori di uno rispetto all’ altro.

Le categorie politiche utilizzate nell’ Ottocento e nel Novecento – e ancora oggi in uso dai partiti che ritardano a sintonizzarsi con la storia – non sono più in grado di decifrare la società contemporanea. La storia ha cambiato forma e parametri. Mi sia consentito di sviluppare uno schema interpretativo: con l’ausilio delle figure geometriche, possiamo rappresentare la storia come un filo che, dipanandosi, nell’ età antica, assumeva la forma di un cerchio (indicando la chiusura, la perenne ripetitività degli eventi); nell’ età medievale assumeva la forma di una parabola (inizio, sviluppo, decadenza, morte delle cose); nell’ età moderna assumeva la forma di una linea diritta che va verso l’infinito (è il progresso, che, pur con molte contraddizioni e regressi momentanei, procede complessivamente in avanti). La forma odierna della storia, nell’ era della globalizzazione, può essere raffigurata come una «sfera», una dimensione senza più confini, dove ogni punto del pianeta può essere un centro. E tutti i centri interagiscono insieme, essendo uniti da una contestualità di tempo, di spazio, di informazioni, in forza della velocità della comunicazione. Tutto ciò che accade, ovunque accada, comunque accada influenza il tutto. Ogni evento, benché locale, può diventare immediatamente universale (da cui la glocalizzazione); e così fecondare e arricchire (o danneggiare) l’intera storia dell’umanità.

La globalizzazione evidenzia di continuo una serie di problemi la cui conoscenza e risoluzione richiedono una «grammatica politica nuova», un’ermeneutica puntualmente aggiornata. L’approntamento veloce di strumenti cognitivi, decisionali, operativi esigono contestualmente intelligenza e flessibilità, scienza ed etica. Ogni problema stimola punti di vista differenti, in rapporto ai quali si formano varie aggregazioni di opinioni, ovvero «movimenti», che per giungere a sintesi e dare soluzioni adeguate debbono utilizzare non le ideologie, ma appunto intelligenza e flessibilità, scienza ed etica.

La democrazia parlamentare dev’essere migliorata, poiché anch’essa risente dell’usura del tempo. Oggi si parla di «post-democrazia», proprio in ragione di siffatta esigenza storica.

La democrazia, mantenendo il suo impianto semantico («demos+kratos»), per essere ««pienamente matura», deve ruotare intorno all’intero «demos», che si autogoverna secondo il suo diritto primigenio. Solo così può aversi l’autentico bene sociale, che viceversa sarebbe occasionale ed inautentico. Se viceversa fosse soltanto il frutto della discrezionalità, più o meno benevola, dei governanti, ci troveremmo in un caso di populismo; o di demagogia; o di presunta demofilia, che non è democrazia, ma una forma di paternalismo mascherato, o di leaderismo autoritario. In siffatto contesto i cittadini si troverebbero di fatto in una condizione di «dipendenza» dalla volontà (occasionale) del governante. Per la democrazia occorre un quadro di leggi che danno la certezza del diritto. Il popolo «deve» avere i mezzi istituzionali e procedurali per rendere effettiva la sua partecipazione, il suo ruolo sovrano; egli solo detiene il potere che fonda, vivifica e salva permanentemente la democrazia.

Per attuare siffatto quadro istituzionale occorre gradualmente approntare, lungo la linea storica, le «strutture» che la costituiscono, perciò i «progetti» che orientano in tal senso la prassi politica in ordine, appunto, all’attuazione di progressivi istituti di potere di popolo, di volta in volta consultato attraverso «referendum» e simili: come nel caso della richiesta di referendum – da parte di un movimento di popolo – per l’attuazione istituzionale della Regione Salento.

Dal punto di vista operativo, i suoi portatori storici, quelli che le sono più congeniali, sono i «movimenti», i soli capaci di mantenere attiva la creatività storica, il rapporto immediato con la società civile, coi suoi bisogni concreti, così come maturano via via nel tempo, rifiutando di diventare «partiti» di presidenti, ministri, sindaci, assessori, pubblici amministratori e simili. I «movimenti» sono forme organizzative di popolo, di proposta popolare creativa permanente, legati alla coscienza degli interessi della «polis» e della società reale, per un governo alternativo, attuando la democrazia in senso «formale» e in senso «sostanziale».

Essi contribuiscono significativamente a maturare il tempo, mettendo in azione la «democrazia sociale», cioè il processo popolare di coscientizzazione mirata su singoli obiettivi, che però nel loro insieme adempiono il bisogno generale di costruzione della «città alternativa», secondo la regola della nuova domanda democratica. Che è, di per sé, «unità popolare in movimento», con i suoi modi di vivere, la sua cultura, la sua domanda di potere giusto, il suo affermarsi come soggetto a cui vanno riconosciuti i medesimi diritti e libertà del singolo cittadino.

In questa prospettiva hanno valore tutte le iniziative che si sviluppano nel popolo in ordine a singole rivendicazioni: i comitati (anche se di pochissime persone) che lottano per i diritti civili; i «referendum», come strumenti di consultazione, invece dei sondaggi; i gruppi di studio e di controllo; i tribunali in difesa di malati, minori, anziani, carcerati; tutte le forme di volontariato; gli organismi che lottano per la gestione democratica dei servizi sociali e cercano di estendere in tutti gli ambiti delle attività sociali (scuole, uffici, ospedali, enti pubblici, aziende, industrie) la «democrazia come metodo», come regola del comportamento di ciascuno, a qualunque livello di competenza. Tutto ciò costituisce un esercizio politico e di potere popolare in termini diretti; ed anche un tentativo effettivo per cominciare ad entrare nella gestione della «polis».

In questa prospettiva l’impegno prevalente, che non può pretendere risultati immediati. È una costruzione lenta, lunga, faticosa, che trova la sua forza e le sue risorse progettuali nella storia, nella coscienza dei popoli, del cammino ch’essa percorre, nella sua direzione, il processo di liberazione dell’umanità, per la parte che ha compiuto, per la parte che ancora è da compiere.

S’inquadra in questo contesto la proposta di «referendum» per la messa in opera istituzionale della Regione Salento: un progetto legittimamente popolare e democratico, un progetto correttamente costituzionale.

Nuovo Quotidiano di Puglia 04/10/2010
di Giuseppe Schiavone
Ordinario di Storia delle dottrine politiche – Università del Salento

Ex Direttore del Dipartimento di Scienze sociali e della comunicazione (dal 2004
al 2008) – Università del Salento

Ex Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Lecce (dal novembre 1996 al maggio
2010)

 

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