I leccesi spingono per il referendum.

9 dicembre 2010, @ 5:35PM

Colpo di tacco
I leccesi spingono per il referendum. 
Fitto, Vendola ed Emiliano sono contrari, mentre i tre presidenti di Provincia chiedono garanzie a Bari altrimenti sarà «scissione». 
Il professor Pirro: «La Regione Salento è la locomotiva di Puglia».

Nell’era in cui ci hanno detto, da Destra a Sinistra, di voler ridurre i costi della casta, di abolire le Province e tutti quegli enti ritenuti «inutili», qualcuno sta pensando di indire un referendum per chiedere l’autonomia della Regione Salento, unendo le province di Brindisi, Lecce e Taranto. Un’idea farraginosa dal punto di vista culturale, ovvero ridurre la Terra Jonica e la Filia Solis sotto il nome di Salento, e discutibile da quello istituzionale: c’è già la Puglia a rappresentare le istanze dei pugliesi. Probabilmente, però, a Bari c’è qualcuno che non rispetta adeguatamente le esigenze del popolo a sud del capoluogo di regione, motivo per cui può ritenersi anche eccellente l’idea di provocare, di scuotere le coscienze delle istituzioni al fine di ottenere una prospettiva di futuro idonea alle richieste di un territorio, l’arco jonico-salentino, che vuole legittimamente crescere.

Sembra un déjà vu. La proposta arriva dall’editore dell’emittente televisiva salentina Telerama, Paolo Pagliaro, che ha costituito un movimento per chiedere ed ottenere l’autonomia della Regione Salento. La matrice culturale d’appartenenza, per ultima, è quella della vecchia Terra d’Otranto, sino a qualche tempo fa hanno provato a chiamarlo Grande Salento. “Grande” perché i tre presidenti delle Province dell’epoca (D’Errico, Pellegrino e Florido) d’intesa con alcuni intellettuali hanno ritenuto opportuno rilevare la non appartenenza al “Salento” di alcune zone che con esso non hanno nulla a che vedere.Negli ultimi cinque anni, prima su iniziativa degli ex sindaci Mennitti (ancora in carica), Poli Bortone e Di Bello, si è tentato di “mettere in rete” questi territori per “fare sistema”: tanta buona volontà – per carità – ma solo slogan, come “CeLeBriTà”, rimasti su carta e fogli di giornale.

Il primo ad intuire le potenzialità di questa “regione” è stato al termine del secolo scorso l’ex ministro dei Trasporti Claudio Signorile, che fondò il Quotidiano, l’unico “fenomeno” che ha “messo in rete” le tre province. Qualche anno fa ha tentato di imitarlo, in ambito televisivo, l’editore dell’emittente televisiva tarantina Studio 100, Gaspare Cardamone, che ha indirizzato anche altri suoi colleghi, come quello di Telerama e di Telenorba, a scommettere sul progetto del Grande Salento: l’emittente salentina ha aperto redazioni anche a Brindisi e a Taranto, mentre quella di Conversano ha ideato un telegiornale esclusivamente per quest’area geografica. Non a caso oggi la proposta di “scissione” nasce da un editore: da chi ha già sperimentato con i propri investimenti le potenzialità di un territorio che evidentemente non riesce più a garantirsi autonomia dovendo “sacrificarsi” pure per altri.

Però un salentino “doc” come il ministro Raffaele Fitto la pensa diversamente da pagliaro e a Wemag dichiara: «La proposta della Regione Salento? Lasciamo perdere. È come andare controsenso sull’autostrada il giorno dell’esodo. Stiamo lavorando invece per abolire le Province…». Ma questo è uno dei pochissimi temi, se non l’unico, che mette d’accordo il Ministro col Governatore Vendola, che nei giorni scorsi ha etichettato l’idea di Pagliaro come «leghista» e lo ha accusato di voler tristemente ridurre il Salento ad una sorta di Molise. Anche se i numeri, ad onor del vero, sarebbero decisamente diversi. Il sindaco di Bari Michele Emiliano, invece, sostiene che «il progetto ha una visione troppo locale e marginale, il suo peso sarebbe nullo in Italia e in Europa».

IL PARERE DEI PRESIDENTI
«Devo riconoscere che il Grande Salento, che ho voluto con tutte le mie forze (all’epoca era presidente di Confindustria Brindisi, ndr), è cresciuto turisticamente. Ma il futuro dipende dalla voglia di Bari di tenere in considerazione questo territorio». Sul tema esce allo scoperto il presidente della Provincia di Brindisi, Massimo Ferrarese, sino ad ora sempre cauto nel rilasciare dichiarazioni.Certamente l’idea esalta l’identità di un territorio che nella provincia di Lecce ha il suo cuore pulsante. Non a caso il presidente della Provincia più convinto tra i tre è proprio Antonio Gabellone: «L’unica cosa certa in questo dibattito, a mio parere, è che non possiamo sottrarre a tante migliaia di persone lo strumento referendario. Questa formula è e resta il sale della democrazia, l’espressione popolare, per cui se dovesse risultare maggioritaria questa volontà è normale che le istituzioni dovranno recepirne l’indirizzo». Ma Gabellone non condivide a pieno i termini della proposta e si ricollega al ragionamento del ministro Fitto: «Se è vero che è giusto che ad esprimersi siano i salentini è vero anche che siamo in tempi di razionalizzazione delle risorse, di tagli, di eliminazione di incarichi e poltrone, di fuoriuscita dai semplici localismi. Questi sono i motivi delle mie perplessità, posto che è giusto, in assoluto, che sulla questione si pronunci il territorio. Tutto».
Pragmatico, invece il ragionamento del presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido: «È oramai chiaro che la gestione dei fondi Fas sarà una scelta del Governo d’accordo con la Regione per la realizzazione di venti, trenta opere per lo sviluppo della Puglia. A mio avviso Taranto, Brindisi e Lecce dovrebbero proporre al presidente Vendola una decina di opere, e noi tutti sappiamo già quali, per essere finanziate». Florido fa anche qualche esempio per sottolineare il suo rammarico su alcune scelte strategiche: «Non è possibile che l’alta velocità si fermi a Bari. È singolare che per l’interporto di Bari ci sono 125 milioni di euro subito e per il Distripark di Taranto 50 milioni nel 2020. Ci devono dire se il porto di Taranto è quello della Puglia per l’Italia oppure no e le altre province avrebbero, come noi, l’opportunità di fare chiarezza su alcuni grandi temi dello sviluppo».

L’AUTONOMIA DA BARI
Uno degli intellettuali che sin dalla prima ora ha seguito con particolare attenzione il progetto del Grande Salento e ha pure condotto uno studio dettagliato è il professor Federico Pirro, docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e di Politiche economiche territoriali nell’Ateneo di Lecce. A suo avvviso l’incidenza attuale della ricchezza prodotta nelle tre province del Salento (assommando cioè quella di Brindisi, Lecce e Taranto) sul totale regionale è superiore a quella della provincia di Bari.
«L’asse dello sviluppo pugliese nell’ultimo decennio, in realtà, si è spostato verso la parte meridionale della regione. Certo, bisognerà lavorare ancora molto per rafforzare i collegamenti intersettoriali e infrasettoriali fra le tre province del Salento, ma alcune linee di tendenza sembra ormai che si possano ravvisare, potendo costituire così un tracciato di lavoro per il presente e il futuro. D’altra parte non bisognerà attendere l’eventuale, e per me auspicabile, istituzione della Regione Salento, per rafforzare il sistema produttivo di quell’area». Il professor Pirro è convinto del fatto che «bisogna lavorare con impegno per rafforzare sin da subito il sistema produttivo salentino, facendo comprendere alla Regione che il Salento è ormai la locomotiva del sistema pugliese e che, pertanto, ha bisogno di risorse superiori a quelle sinora assegnategli». Un esempio? Il porto di Taranto: «La vicenda – rileva il docente universitario – è emblematica là dove ci si è accorti che nel Piano regionale dei trasporti, approvato dalla Giunta regionale il 23 marzo scorso, lo scalo ionico era penalizzato nella distribuzione delle risorse e nei tempi di conferimento. Il fatto è stato denunciato in un convegno di una associazione culturale locale e l’Assessore regionale al settore Minervini ha promesso correzioni al Piano. Speriamo che seguano i fatti, perché Taranto ha il terzo porto d’Italia per movimentazione complessiva di merci». Altra questione passata sino ad ora, purtroppo, sottovoce.
Secondo Pirro l’autonomia della Regione Salento darebbe «piena autonomia nell’impiego di risorse che non deve più essere deciso a Bari, in un confronto a volte, anzi spesso, perdente, con la stessa provincia di Bari e i suoi interessi. Intendiamoci bene, però: l’istituzione della Regione non è di per sé l’elemento decisivo per lo sviluppo del Salento, quanto piuttosto lo spessore culturale e politico della classe dirigente che fosse chiamata a guidarla. Allora non c’è bisogno di attendere l’istituzione dell’Ente Regione, i cui tempi procedurali potrebbero essere anche molto lunghi, per far crescere in logiche sinergiche tutta l’economia del Salento, la sua società civile, i suoi centri di ricerca, le sue banche e tutto ciò che, insomma, è preposto alla crescita del territorio». Questo dibattito, al di là delle opinioni, ha il merito di aver posto al centro della discussione il tema dello svilluppo di Brindisi, Lecce e Taranto. E i loro interessi, per una volta, prima di quelli di Bari.  (1/10/2010).

Wemag 09/12/2010

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