Cantiere Salento





Cantiere Salento

L’idea del “Cantiere Salento” sorge per creare un contenitore nel quale elaborare le linee guida della futura Regione. Esso, pertanto, non serve a rispondere alle osservazioni di chi è contrario all’iniziativa; al contrario, il “Cantiere Salento” era già stato pensato dal Movimento e del Comitato promotore al fine specifico di mettere a disposizione della cittadinanza i risultati delle ricerche svolte, in vista del referendum. E’ di oggi, invece, la decisione di inserire un link nel nostro sito con la finalità di aggiornare i lettori in tempo reale sull’esito dei nostri studi e di raccogliere, al contempo, le osservazioni di chiunque, indifferentemente, a favore o contrario all’iniziativa. Ciò servirà a completare e perfezionare l’intera iniziativa. Siamo convinti, infatti, che non esiste una opinione assoluta sull’opportunità di istituire una nuova Regione, bensì che convivano ragioni sia a favore che contro l’iniziativa. Siamo pertanto aperti ad accogliere ogni tipo di osservazione critica sempre se sorretta da valide argomentazioni e da adeguate basi teoriche. Ciò che è inaccettabile, invece, sono le dichiarazioni riferite sic et simpliciter, senza alcun fondamento tecnico, prive di giustificazione e di argomenti di supporto. Facciamo alcuni esempi. Tra gli argomenti contrari all’istituzione della nuova Regione è stata spesso evidenziata la presunta volontà di essere animati da una sorta di spirito di rivalsa verso il “bari centrismo” al punto da voler erigere barriere, steccati, un vero e proprio muro di cinta tra il Salento ed il resto d’Italia. In tal senso ci viene ricordato come l’isolamento, in un mondo globalizzato, costituirebbe una vera e propria contraddizione in termini. Qualcuno – interloquendo sulle identità territoriali ha usato l’espressione il “piccolo” non sempre è “bello”, mentre, invero, nell’era della “globalizzazione”, ad essere privilegiati dovrebbero essere “i macro sistemi”. In definitiva, una Regione derivante dalla scissione in due di un’altra preesistente sarebbe non solo sbagliata, ma addirittura pericolosa. Tale osservazione – al di là dell’ovvia considerazione che mai nessuno ha pensato, nemmeno lontanamente, di “tagliare i ponti” con Bari se mai si istituisse la Regione Salento – non solo è priva di basi teoriche, ma presenta alcuni profili addirittura erronei. Anticipando per un momento alcune riflessioni oggetto di maggiore approfondimento, preme sottolineare come il fenomeno noto come “globalizzazione”, storicamente risalente alla caduta del muro di Berlino sul versante “orientale” dell’Europa, e riconducibile, invece, alla fine dell’isolazionismo delle “nuove democrazie” nate dalla “decolonizzazione” (Africa, Asia ed America Latina), se da un lato ha reso possibile l’apertura di una rete di comunicazioni tra le parti più disparate del mondo, per altro verso ha rapidamente posto all’attenzione degli osservatori internazionali il fenomeno dei localismi connessi alle diverse identità territoriali (si pensi alla ex Unione Sovietica e Jugoslavia ai conflitti interetnici in Africa). Se, infatti, internet e le nuove tecnologie connesse alla “globalizzazione” hanno permesso a miliardi di persone, gruppi, società, ad enti pubblici o privati appartenenti a realtà lontanissime e diversissime di interagire, creando progetti ed azioni in comune senza mai essersi fisicamente conosciuti, dall’altro si è immediatamente percepito come la tendenza ad un omologazione indiscriminata possa scontrarsi con le esigenze connesse alle diverse identità, territoriali e culturali. Un conto, infatti, è accedere ad un finanziamento europeo o extraeuropeo mettendo in rete uffici periferici che dialogano con gli stessi mezzi tecnologici e che interloquiscono nella stessa lingua (l’inglese), altro conto è mettere in atto politiche pubbliche efficaci, ossia effettivamente coerenti con le esigenze delle collettività territoriali. E’ lampante come in questa seconda situazione, ogni intervento, se non inserito in una mission organica rischia di arenarsi e di non sortire gli effetti programmati: le risorse, infatti, sono meglio distribuite se si ha una chiara percezione delle reali esigenze delle popolazioni ivi residenti e se se ne conoscono i relativi bisogni primari e secondari. La natura, tipologia ed entità di tali interessi, possono meglio emergere, in definitiva, se ci si rapporta a dimensioni territoriali appropriate, e non, necessariamente, a realtà cosiddette “macro”. Questa tesi sarebbe avvalorata, tra l’altro, dalle ragioni che hanno spinto le Istituzioni europee ad istituire un Comitato delle Regioni e delle Autonomie locali da affiancare alle Istituzioni già operanti, e, nel contesto della Costituzione italiana, dall’aver dato priorità alla sussidiarietà verticale nella ripartizione dei poteri tra centro e periferia, attribuendo centralità alle “funzioni pubbliche” e non alle “materie” ripartite tra Stato e Regioni. La regola in base alla quale gli Enti di riferimento nella erogazione dei servizi pubblici a favore dei cittadini siano i Comuni e non le Regioni non solo è predominante nella nostra Costituzione, ma smentisce clamorosamente chi qualifica il nostro sistema come dichiaratamente “federale” e non, invece, accentuatamente “municipale”. Orbene, già da queste prime osservazioni preliminari inerenti allo sviluppo degli enti territoriali nel nostro Paese, esce indebolita l’opinione volta a dare priorità a Regioni di notevoli dimensioni o comunque dalle caratteristiche disomogenee sia morfologicamente che economicamente. L’invalsa tendenza al “macro” in nome del “globale”, ignora come da tempo le scienze giuridiche e sociali utilizzano la dicotomia “globalizzazione” versus “glocalizzazione”, proprio per invocare il giusto contemperamento tra due fenomeni potenzialmente idonei a generare mix formidabili in termini di sviluppo, ma anche capaci di pericolose derive se “forzatamente” contrapposti. La stessa locuzione “federalismo fiscale” rappresenta un errore tecnico prima ancora che uno slogan politico. La tassazione versata sul territorio, infatti, serve a finanziare le “funzioni”e non le “materie” ed è quindi destinata a coprire i costi dei servizi pubblici erogati ai cittadini, i quali, come dicevamo (e come dice la Costituzione) sono prevalentemente “comunali” e solo eccezionalmente “regionali” o “statali”. Tale regola si coniuga perfettamente, peraltro, con il principio di responsabilità politica in base al quale il cittadino deve avere la possibilità di rivolgersi – anche nel caso di “mala gestio” – all’ente ad esso più prossimo e non a quello localizzato più lontano. In questo senso, la riforma del “federalismo fiscale” tende a coniugarsi non già con enti regionali di bassa dimensione, bensì ad enti di dimensioni “ottimali”, ossia caratterizzati da affinità territoriali ed a vocazione economica tendenzialmente omogenea. Il senso stesso della riforma induce ad osservare che, ferma restando l’esistenza di una ricchezza “minima” prodotta sul territorio e tenuto conto delle risorse aggiuntive versate a favore delle Regioni meno ricche, le politiche di tagli e riduzioni di spesa in materia sanitaria, sociale e nell’edilizia scolastica – per fare solo alcuni esempi – potrebbero essere meglio ideate ed attuate in realtà affini, omogenee ed il più possibile coese, e, non, invece, in realtà talmente vaste da essere disomogenee nei territori e nelle popolazioni che le compongono. L’Italia che nascerà dal’attuazione del “federalismo fiscale” necessiterà infatti di ulteriori tagli se si vorranno realizzare le infrastrutture necessarie per rendere le realtà meno ricche altamente (o accettabilmente) competitive. Riflettendo proprio su questi profili si è dimostrato come i sistemi produttivi delle Province di Brindisi, Lecce e Taranto, già interessati da specifici PIT-Progetti integrati territoriali finanziati dal POR Puglia negli anni 2000-2006 – hanno sviluppato una serie di interrelazioni infrastrutturali, produttive, istituzionali – a parte quelle culturali già esistenti – tali da delineare uno scenario economico complessivo dell’intera penisola salentina fortemente omogeneo e soprattutto ricco di rilevanti potenzialità in ordine alle integrazioni sistemiche fra le tre economie provinciali. Non solo, ma sempre seguendo le linee di indirizzo definite dalla riforma del federalismo fiscale, sommando gli abitanti delle tre province confinanti di Brindisi, Lecce e Taranto e calcolando il prodotto interno lordo in funzione della definizione della quota di tributi erariali che devono rimanere sul territorio (art.119 Cost.), si perviene ad un risultato superiore rispetto alla Provincia di Bari. Ciò vale, soprattutto, dopo l’istituzione della sesta Provincia della BAT per effetto della quale un certo numero di abitanti si è spostato dalla Provincia di Bari al nuovo Ente. Ciò significa che la Regione Salento – che poi altro non rappresenta se non il Grande Salento, ovvero la riedizione della vecchia Terra d’Otranto – potrebbe diventare la maggiore – per peso demografico ed economico delle tre grandi aree (Capitanata, Puglia centrale e Salento) dell’intera Regione. Un’ulteriore serie di argomenti solitamente evidenziati in senso contrario all’istituzione della nuova Regione ha ad oggetto il costo eccessivo della medesima. Tale fattore si rivelerebbe ostativo in un contesto di grave crisi economica come quella in cui versa il nostro Paese. Riteniamo che, accanto ai possibili risparmi che fisiologicamente possono realizzarsi creando un nuovo ente regionale, si pensi ai costi ridotti del personale trasferibile dalla Regione Puglia (i dipendenti salentini impiegati presso le sedi regionali collocate a Bari possono utilmente essere collocati così evitando il pendolarismo), o alle strutture già esistenti assegnabili al nuovo Ente senza aggravi, o con spese ridotte al minimo, all’utilizzo di un numero di consiglieri regionali pari ai consiglieri eletti nelle circoscrizioni del Salento, ecc., sussistono le maggiori risorse che possono recuperarsi attraverso una nuova e più omogenea politica di sviluppo. Il rilancio economico dell’intero Salento deve essere infatti finalizzato ad accrescere la ricchezza prodotta sul territorio, seguendo, quindi, la ratio stessa sottesa al federalismo fiscale sulla base della quale le Regioni devono essere sempre meno dipendenti dallo Stato centrale e sempre più capaci di offrire ai propri cittadini migliori servizi e maggiori possibilità occupazionali per le giovani generazioni. In questa prospettiva saranno riprese le linee guida dell’esperienza del “Grande Salento”, frettolosamente riposte forse perché si è ritenuto non fruttuoso promuovere una politica seria di investimenti in terra salentina, quasi che essa non facesse parte del territorio pugliese. Orbene, le priorità di tipo infrastrutturale che i fautori del “Grande Salento” reclamavano sono, né più né meno, quelle oggetto dei primi interventi della nuova Regione, ossia: – la costruzione di una via di comunicazione rapida dall’aeroporto di Brindisi al suo Porto ed agli altri Comuni capoluogo; – il rafforzamento ed al potenziamento del porto di Taranto quale via privilegiata per l’export nel Mediterraneo e nei Balcani; – la realizzazione di vie di comunicazione interprovinciali su rotaia,che siano, finalmente, accessibili, rapide e veloci. Dal varo di queste iniziative troverà la sua linfa vitale il rilancio dell’intera economia salentina. L’area del Grande Salento, infatti, si colloca in posizione baricentrica nel Mediterraneo che si estende dallo stretto di Gibilterra al Mar Nero e al Mar d’Azov, mari interni questi ultimi che rappresentano una grande appendice geografica del Mediterraneo orientale. Il Mediterraneo, pertanto, nella sua interezza geografica, è un mare nel cui sistema di relazioni economiche si coopera, ma nel quale si compete anche fra Paesi e tra le rispettive economie: esso costituisce dunque uno degli scenari di riferimento per le proiezioni attuali e future del sistema produttivo del Grande Salento. E’ lampante, quindi, che le potenzialità per l’export salentino possono essere straordinariamente accresciute se si imprime una forte accelerazione alla politica economica, nel senso di marciare “tutti” nella stessa direzione, spingendo i diversi attori istituzionali e gli operatori economici a fare veramente sistema tra di loro. A tal fine, lo studio del Cantiere conterrà una serie di schede tecniche aventi ad oggetto le diverse sub politiche di settore, le quali, una volta ultimate, saranno aggiunte a questa introduzione e saranno consultabili attraverso un link di riferimento collegato alla parola chiave. A breve, pertanto, sarà possibile visionare una serie di schede, rispettivamente riguardanti, le infrastrutture, il turismo, l’agricoltura, il manifatturiero, la pesca,e, più in generale l’intero export. Ciascuna scheda conterrà le linee di sviluppo settoriali costituendo parte integrante di una politica di ampio respiro che dovrà essere il più possibile amalgamata nelle sue diverse componenti. Notevole spazio sarà infine riservato alla riforma delle strutture di governo territoriale, attribuendo ad ogni ente le funzioni appropriate, eliminando gli enti inutili e dando vita ad sistema di enti territoriali, parimenti, efficace ed economicamente efficiente.